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Emergenza coronavirus a Ferrara
Il ricordo

Covid 5 anni dopo, l’infermiera: «Lavoro di squadra e solitudine»

Angela D’Antuono
Covid 5 anni dopo, l’infermiera: «Lavoro di squadra e solitudine»

Giorni di terrore e sanitari in prima linea. «Tutto imprevedibile, e noi impotenti»

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Ferrara Febbraio 2020. Quando mi chiedono di raccontare la mia esperienza durante l’emergenza Covid sovrastano sentimenti e emozioni che probabilmente prima di allora non avevo mai provato intensamente. Motivo per il quale dico sempre che dopo quel periodo sono diventata adulta. La prima sensazione è chiaramente la paura, anche se la sua intensità non ha superato quella del senso di impotenza che abbiamo sperimentato successivamente tutti. Nessuno poteva mai pensare che tutto si stesse trasformando in epidemia e che saremmo dovuti scendere in campo come fanno i soldati, solo che noi soldati non lo eravamo e non eravamo nemmeno pronti a combattere questa guerra contro un nemico che era invisibile. Ognuno di noi era terrorizzato dalla possibilità di ammalarsi o far ammalare un proprio caro ma non avevamo tante scelte, bisognava farsi coraggio ed entrare nel “bunker” perché i pazienti arrivavano da tutto il nord e avevano bisogno di noi.

Ad oggi posso dire che abbiamo fatto un grande lavoro di squadra. Inizialmente si faceva anche fatica a riconoscere quei corridoi vuoti, con le porte delle degenze chiuse per limitare al minimo la diffusione del virus; l’unico rumore che si sentiva era il fruscio della tuta plastificata; anche tra di noi parlavamo poco perché tra casco e mascherine si faceva fatica anche a parlare, tutto era pesante. Abbiamo compreso cosa significa essere impotenti e cos’è imprevedibilità: potevi prestare tutte le cure necessarie, potevi anche sperare per quel paziente che quel pomeriggio aveva dato chiari segni di miglioramento, ma dovevi mettere in conto che magari il giorno dopo, rientrando a lavoro, non lo avresti più trovato, trasferito in terapia intensiva o addirittura deceduto: la prognosi la faceva spesso solo il Virus. Abbiamo assistito a telefonate dove pazienti anche giovani chiamavano i loro parenti per avvisarli che stavano per essere trasferiti in terapia intensiva, ci consegnavano le loro fedi, gli oggetti da rendere alle mogli o ai figli; a volte quando venivano ritirati ci informavano che il loro caro non ce l’aveva fatta. Questo per noi era grande motivo di frustrazione ma mai di rinuncia. E poi sapevamo cosa si intendesse per solitudine? No, nemmeno quella era mai stata sperimentata. Non avevamo mai visto un paziente che doveva rimanere solo in una camera per settimane intere, che chiedeva dei figli, della moglie, dell’amico; però sapevamo cos’è l’empatia e abbiamo fatto di tutto per supportarli e dargli la forza per cercare di guarire. Il mondo esterno è passato dal definirci eroi ad assassini in pochi mesi: la verità è che noi eroi non ci siamo mai sentiti di essere, abbiamo semplicemente fatto quello che tutti i giorni la nostra professione ci porta a fare, cioè prendersi cura di chi ha bisogno, agendo con coscienza e professionalità e questo ci basta per farci andare avanti.