Covid cinque anni dopo: la pandemia tra preoccupazione e voglia di reagire
Il sindaco di Ferrara e le scelte emergenziali. Isolamento, mascherine e decisioni per la città
Ferrara È uno di quei periodi che si tende a rimuovere dalla mente, quello del Covid. Credo che molti di noi, di fronte alle notizie di quei giorni, preferiscano cambiare pagina il più velocemente possibile. Le motivazioni sono per lo più personali, intime. Ognuno di noi ne conserva un ricordo, che però preferisce tenere per sé, nascosto. Per quanto mi riguarda è così. Ripercorrere a ritroso quegli anni è un mix tra incredulità e dolore, qualcosa che pensavamo potesse esistere solo nei film apocalittici: strade deserte, controlli, esercito, limitazione della libertà personale, difficoltà nel reperire materiali utili a contenere i contagi, la lotta contro il tempo degli operatori sanitari negli ospedali, l’impossibilità di vedere i nostri cari per l’ultima volta, notizie frammentate, paura per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. Come se tutte le nostre certezze di secoli e i nostri progetti di vita avessero trovato di fronte un muro altissimo, invalicabile. Quando scoppiava il vicino caso di Vo’ Euganeo, con il Rettore dell’Università Giorgio Zauli, si prendeva la decisione, coraggiosa, di chiudere le facoltà per evitare il contagio dal traffico pendolare. Grazie a quella scelta abbiamo preservato Ferrara per molto tempo, rendendola una città quasi immune al virus. Ricordo l’ultima serata, spensierata, quella con Ivana Spagna ospite di un locale ferrarese. All’uscita non avevo deciso di tornare subito a casa, ma di passare da Piazza Ariostea. Era vuota, bellissima. La luna illuminava metà volto dell’Ariosto, tenendo in ombra l’altra parte.
A quel silenzio, seduto su una panchina, ho deciso di affidare i miei pensieri, le mie paure, quelle che un amministratore tiene con sé in momenti difficili, ma che non può manifestare per evitare di sfiduciare i suoi cittadini. Ero preoccupato per le conseguenze, economiche per lo più, derivanti dalle possibili chiusure, anche perché mai avrei potuto pensare che un virus di questo tipo avrebbe mandato al collasso il sistema sanitario locale e nazionale, e non solo. Ricordo di essere andato in viale Aldo Moro, a Bologna, insieme ai sindaci di tutti i capoluoghi. L’aria era tesa: c’era chi spingeva per le chiusure e chi invece riteneva tutto ciò una follia. Ma “se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso guarderà dentro di te”. Quindi mi sono tirato su e nel vuoto legislativo, tra bozze di DPCM che circolavano all’impazzata e annunci della mezzanotte del Governo Conte, ho iniziato a ragionare su quali immediate misure poter attivare. Ho iniziato dalle mascherine: erano introvabili. Sono partito da qui per dare più sicurezza alle persone per uscire di casa, difendendo fino all’ultimo la necessità di socialità. Abbiamo deciso di farle produrre, seguendo l’esempio del governatore del Veneto Luca Zaia. Poi abbiamo cominciato con il lavaggio delle strade, perché sembrava, a detta degli esperti, che il virus potesse resistere molto tempo attaccato alle superfici. Pensarci oggi sembra surreale, ma solo qualche anno fa non lo era affatto. La città, con tali misure, si sentiva più sicura, pensava di aver trovato armi contro un nemico invisibile e silenzioso.
E poi le bare di Bergamo in Certosa. Le ricordiamo tutti. Un momento che ha messo a dura prova la tenuta del mio volto, che non poteva e non doveva crollare, non davanti a tutti. Un gesto semplice ma fatto con il cuore, quello di riceverle, con le note del silenzio, con la fascia da sindaco, per dire alla città e all’Italia che nonostante tutto noi ci siamo e non perdiamo la nostra umanità. L’ho fatto in diretta streaming, e non per spettacolarizzare il dolore, come hanno dichiarato i miei avversari politici, ma per dare la possibilità ai loro cari di vederli per l’ultima volta, in tempi in cui i propri cari morivano, nella più totale solitudine, in un letto d’ospedale. Ho cercato di non perdere mai la lucidità, decidendo di volta in volta cosa fosse meglio per la città, al di là delle tante strumentalizzazioni politiche. Avrei potuto fermarmi come altrove, invece abbiamo deciso di costruire protocolli Covid, con le nostre professionalità, diventati poi modello in Italia, per la realizzazione di eventi, mostre e concerti. Era necessario farlo per dare un’iniezione di fiducia alle persone e alle attività, dimostrando che con le giuste precauzioni Ferrara poteva andare avanti. Abbiamo dato sostegno alle attività con bandi a fondo perduto, costruito e diffuso un elenco di attività di asporto, supportato chi era in difficoltà. Ricordo l’impegno, certificato dall’ambasciatore del Libano, nell’aiutare gli studenti libanesi, che si sono trovati in difficoltà a causa della pandemia e in conseguenza della difficile situazione in Libano che ha portato al blocco dei trasferimenti bancari. Abbiamo collaborato con l’Ausl per creare un Hub vaccinazioni al polo fieristico, un hub ricordato come d’eccellenza in tutta Italia. Riavvolgendo il nastro mi passano in mente molti ricordi, talmente tanti da poterci scrivere un libro. Ma gli spazi a disposizione sono brevi, così come il tempo. A lui affido la memoria di quei giorni, di un vicino passato che lotta ogni giorno dentro di me per la sua esistenza.