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Emergenza coronavirus a Ferrara
I giorni della pandemia

Covid cinque anni dopo: ricordare per non dimenticare

Francesco Dondi
Covid cinque anni dopo: ricordare per non dimenticare

Le immagini aiutano a riscoprire momenti di vita drammatici e ora lontani

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Ferrara Sono già passati cinque anni e in molti hanno eseguito un naturale esercizio psicologico: archiviare nella memoria tutto ciò che è doloroso e che il tempo annacqua. Non troverete mai in queste prime pagine un riferimento al lutto perché quei lutti vanno rispettati e non rievocati: il Covid, infatti, è stato molto altro. Lo si può ricordare attraverso le foto scattate da Filippo Rubin, scene che riviste cinque anni dopo fanno anche tenerezza ma dimostrano la fragilità dell’essere umano. Il distanziamento sociale ha allontanato fisicamente e psicologicamente le persone, ha fatto crescere la diffidenza e la paura degli altri: ma vi ricordate tutti in fila al supermercato a un metro di distanza l’uno dall’altro, con le mascherine, con la paura anche solo di parlare con il vicino di casa o un familiare che non fosse della ristrettissima cerchia?

E chi è stato negli ospedali non potrà scordare quando i primi positivi con sintomi arrivavano in ambulanza e tutti venivano fatti posizionare a ridosso delle pareti. Cosa dire poi del grande slancio sociale di chi si è messo a realizzare mascherine fai-da-te colorate o i bambini che disegnavano arcobaleni da appendere ai balconi con quel #celafaremo che con il senno di poi lascia un po’ dubbiosi.

Sono stati mesi drammatici che abbiamo scelto di raccontare senza alcuna mediazione, affidando la memoria al ricordo di chi era in prima linea. Si è deciso di non rievocare le morti e le scene che sono ben impresse nella mente di tutti, ma a chi è stato colpito da un lutto ci stringiamo, cinque anni dopo, in un virtuale abbraccio fraterno. Cerchiamo, noi per primi, di riavvicinarci, di togliere quelle barriere che consentivano soltanto virtualmente di prendersi per mano. Lo facciamo con l’angoscia nel cuore, ma anche con la speranza che quel patrimonio di lavoro, sacrificio, paura, tensione non sia servito a nulla. Abbiamo raccontato i mesi della pandemia scegliendo da che parte stare, che era quella che la nostra professione ci impone: informare sempre, cercando di farlo bene, senza timori. Si è scelto di narrare città e paesi deserti, di addentrarci in un mondo, quello dei virus, con cautela e voglia di imparare. Abbiamo scoperto le differenze, abbiamo cambiato vocabolario, abbiamo provato a semplificare la complessa realtà di quel periodo.

Cinque anni dopo possiamo voltarci indietro e fermarci un istante a ricordare, facendoci accompagnare dalle testimonianze di chi c’era e dalle foto che hanno una splendida capacità: riaccendere i frangenti sopiti, nascosti in fondo ai file della memoria, riposti laggiù perché dolorosi o troppo paurosi per essere ricordati. Oggi facciamolo, tutti insieme perché se abbiamo questa opportunità significa che a noi, alla fine dei conti, è andata bene.