Ponzi, l’illustratore ferrarese dai mille volti: «Col disegno relazione complessa»
Dai primi passi a Ferrara al Salotto di New York: «Lo studio è alla base di tutto». Sveglia presto, call e nuovi progetti: viaggio tra le sfide quotidiane dell’artista
Emiliano Ponzi è un artista sopraffino. Dopo aver mosso i primi passi nel mondo dell’illustrazione a Ferrara, sua città natale, si è spostato a Milano e successivamente a New York, dove vive tuttora. Illustratore instancabile e dai mille volti, aperto a progetti sempre nuovi, collabora con realtà altisonanti. Qualche esempio? New York Times, Washington Post, New Yorker, Le Monde ma anche Einaudi, Feltrinelli, Gucci, Lavazza, Barilla... Grazie al suo talento, e tanto lavoro, è diventato uno degli illustratori italiani contemporanei più apprezzati su scala internazionale. Lo abbiamo intervistato.
Ferrara-Milano e poi Milano-New York. Perché la Grande Mela?
«Ti rispondo con una citazione di Brianna Wiest che ho inserito anche nel mio ultimo saggio sulla creatività (“Work in Progress”, Corraini Edizioni, ndr), in “La Montagna sei tu” lei dice che essere umani significa essenzialmente crescere. In quest’ottica per me è stato naturale spostarmi in luoghi sempre più grandi, per ampliare le opportunità sia professionali che esperienziali perché il tema della crescita non si riferisce solo al lavoro ma è parallelo alla nostra maturazione come persone».
Come si trova?
«È un luogo unico da molti punti di vista, la diversità qui è un grande valore e la convivenza di popoli eterogenei apre la mente e arricchisce l’identità di ognuno. Essendo un mercato più grande ci sono tante possibilità e sicuramente questo la rende attrattiva. Però c’è un grosso “ma”: gli Stati Uniti sono la più grande agenzia di pubblicità del mondo, sono bravi a vendersi ma se entriamo nel merito (cosa che si può fare solo vivendoci e non venendoci in vacanza) si capisce che non è esattamente la più grande democrazia del mondo, che lo stato sociale è inesistente e, al netto della retorica, agli apparati governativi non importa poi così tanto del bene del “popolo” ma di fare lobbying con imprese e company al fine di creare utile privato».
Recentemente ha ricevuto due importanti riconoscimenti, di cosa si tratta?
«Ho ricevuto il Reputation Award 2025 assieme ad altre personalità nei campi più disparati. È la seconda edizione del premio creato dal New Yorkese in collaborazione con l’istituto Italiano di Cultura di new York. Il 28 febbraio, invece, ho ricevuto la medaglia d’oro dalla Society of Illustrators di New York per un lavoro realizzato in collaborazione con lo storico New Yorker per un’indagine investigativa che hanno realizzato, durata 4 anni, su quello che viene chiamato “Il massacro di Haditha”: l’uccisione nel 2005 di 25 civili ad opera di un commando di marines nella piccola città di Haditha in Iraq».
Ci può descrivere una sua giornata tipo?
«Mi sveglio alle 5.50, prendo il cane, la metto addormentata in macchina e vado in studio. Spesso ho call la mattina presto con Italia, talvolta la Cina, per la differenza di fuso orario. Durante la giornata, oltre a lavorare, cosa che faccio fino alle 20 circa, c’è un confronto attivo con gli altri professionisti con cui condivido lo spazio su tematiche inerenti la nostra professione e su gli appuntamenti futuri del nostro studio, Salotto, che ospita eventi culturali di diversa natura».
Negli ultimi mesi le sue opere sono state anche al centro di esposizioni e mostre, sta cambiando il suo lavoro?
«Aggiungo livelli. Per molto tempo ho realizzato illustrazioni digitali per clienti nazionali ed internazionali in ambiti diversi, dall’editoria, alla pubblicità e della moda. Negli ultimi anni ho iniziato a realizzare installazioni artistiche come ad esempio “Under the Surface” in collaborazione con Accurat e DGI presentata al Salone del Mobile di Milano nel 2024 e mostre di pittura. L’ultima si chiama “Together”, ha inaugurato il 7 novembre alla Philippe Labaune Gallery in Chelsea, NY fino al 21 dicembre 2024. Fare cose diverse mi permette di espandere il mio vocabolario e di esprimermi sempre meglio in termini di output visivi».
Qual è la sfida principale quando inizia un’opera?
«Non fa tanta differenza la destinazione d’uso dell’immagine che sto per fare, il mio obiettivo è realizzare un lavoro di grande qualità che sia soddisfacente prima per me e poi per il mio committente. Talvolta non c’è abbastanza tempo o le circostanze non sono favorevoli dunque non è sempre possibile esplorare tutte le varianti in profondità. Quando capita è piuttosto frustrante come alzarsi da tavola dopo una grande cena senza essere sazi».
Come si approccia a un nuovo lavoro?
«Studio, leggo, ricerco. Ogni lavoro ha un contesto di riferimento in cui devo immergermi per riuscire ad trovare la giusta idea e la giusta estetica per quella specifica immagine. Se ad esempio parliamo di Trump e la politica Americana dovrò studiare la sua figura, come si muove, com’è fatto il luogo da cui ha tenuto quel discorso per trovare una sintesi tra questi elementi di consenso e l’idea di fondo. Se invece parliamo di una storia che è successa in una spiaggia negli anni 50 in Giappone dovrò studiare tutta una serie di referenze diverse».
Adesso su cosa si sta concentrando?
«Sto facendo diverse cose, da copertine di libri italiani e stranieri, una nuova grande installazione artistica, un progetto con la Cina e dall’altro lato nuovi esperimenti di pittura».
Come nasce la tua passione per il disegno?
«Non so se si possa chiamare passione, io posso avere la passione per i maglioni a collo alto neri o il cibo cinese ad esempio, cose che mi danno solo gioia. Mentre con il disegno ho capito abbastanza presto che c’era una relazione molto complessa, in grado di darmi grandi soddisfazioni ma anche grandi ansie e senso di inadeguatezza. Sicuramente qualcosa di vitale in cui valeva la pensa investire, a cui era necessario dedicarsi al 100%».
C’è stato un momento in cui ha capito che avrebbe fatto questo nella vita?
«Non credo di averlo capito ma piuttosto credo di averlo scelto. Scegliere qualcosa significa assumersene piena responsabilità sapendo che non è semplicemente capitato ma che c’è stata un’intenzione attiva nel volerlo».