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Il caso

Il Dna che lega Ferrara all’omicidio di Garlasco

Daniele Oppo
Il Dna che lega Ferrara all’omicidio di Garlasco

Il ricordo di Matteo Fabbri, genetista di Unife ed ex consulente della difesa di Stasi: “Me lo hanno fatto estrarre, ero all’oscuro di chi fosse”

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Ferrara Tra Ferrara e Garlasco ci sono circa 270 km di strada. Ma c’è qualcosa, oltre all’asfalto, che collega il paese in provincia di Pavia alla città estense. È il lavoro di un genetista forense, Matteo Fabbri, che nel 2016 aveva estratto del Dna da una tazzina per caffè e da un cucchiaino. Quel Dna è, almeno in parte, al centro in questi giorni della clamorosa riapertura dell’indagine su quello che è conosciuto come il delitto di Garlasco, ovvero l’omicidio di Chiara Poggi, la ragazza di 26 anni uccisa nella sua abitazione il 13 agosto del 2007. Per l’omicidio, nel 2015 venne condannato l’ex fidanzato di Poggi, Alberto Stasi, che sta ancora scontando i 16 anni di condanna. Il genetista Fabbri al tempo faceva parte del collegio di esperti nominati dalla difesa di Stasi e nel 2016 ricevette da un’agenzia di investigazioni private una tazzina da caffè e un cucchiaino, con la richiesta di rilevare i campioni biologici presenti ed estrarne il Dna. «Feci tutto alla cieca – racconta oggi – non sapevo di cosa si trattava». Quel campione di Dna venne consegnato poi a Pasquale Linarello, ex Ris, poi consulente privato e diventato uno dei più affermati esperti in materia. Anche lui operò alla cieca, senza sapere di che caso si trattasse, e fu lui a indicare una possibile corrispondenza tra quel Dna e il profilo genetico che poi si rivelò quello appartenente a un conoscente della vittima: Andrea Sempio, amico del fratello minore di Chiara Poggi. Nel 2017 la Procura di Pavia aprì un’indagine su di lui, che venne però archiviata perché una perizia ritenne che, per via della poca qualità del Dna estratto da sotto le unghie e le capacità del tempo, fosse impossibile procedere a delle comparazioni affidabili. L’unica cosa pacifica era che quel campione trovato sotto le unghie della vittima appartenesse a un individuo di sesso maschile. Quella traccia è importante perché, spiega Fabbri, «tenuto conto che ci laviamo le mani molto spesso, quel Dna sarebbe finito sotto le unghie poche ore prima della morte, non giorni prima». Il che indicherebbe almeno un contatto piuttosto stretto e recente tra la vittima e il “proprietario” del Dna. Il genetista ferrarese Fabbri venne anche denunciato dalla difesa di Sempio: «Tutto archiviato in pochi mesi».

«Rispetto a quegli anni - spiega ancora Fabbri – oggi le tecniche e i metodi sono molto più sensibili: nel nostro settore abbiamo una costante ricerca e sviluppo. Quando il campione venne analizzato a Parma, il Ris non ottenne nessun risultato, non perché non avevano lavorato bene, ma perché la sensibilità dei metodi a quel tempo era quella». Oggi le cose, a quasi dieci anni di distanza, sono diverse. Un pool di esperti genetisti tedeschi, incaricato dalla nuova difesa di Stasi, affidata all’avvocato Antonio De Rensis (che a Ferrara segue il complesso processo sul suicidio in carcere del detenuto Lorenzo Lodi), ha sostenuto che ci sono le possibilità tecniche per procedere a una comparazione e così hanno confermato anche gli esperti incaricati dalla Procura di Pavia, che per questo ha deciso di far ripartire l’indagine (non senza fatica, è dovuta intervenire la Cassazione). Un avviso di garanzia è stato notificato a Sempio, che ieri è stato convocato per fornire un nuovo campione biologico, dal quale estrarre il suo Dna per la comparazione.