A Ferrara perse 263 attività in 12 anni e i negozi chiudono di più in centro
I bar sono in grande sofferenza, mentre attorno alla piazza aprono ristoranti e negozi di telefonia
Ferrara Crollo delle attività commerciali al dettaglio, particolarmente accentuato nel centro storico. Stessa dinamica per i bar. Ristoranti, invece, in controtendenza, segnatamente in centro. Sono queste le dinamiche degli ultimi dodici anni per quanto riguarda negozi e servizi pubblici, a Ferrara, per come sono state fotografate in maniera impietosa da uno studio di Confcommercio nazionale. E va detto che qui è andata anche bene, in confronto alla media nazionale e anche al resto dell’Emilia Romagna, visto che nella classifica dei capoluoghi con più “perdite” Ferrara è all’83esimo posto, e solo Reggio Emilia e Parma possono vantare un tasso di chiusure più basso. Una «desertificazione commerciale» vera e propria che spinge l’associazione commercianti a chiedere interventi urgenti in favore dei negozi di vicinato.
Il quadro
Tra il 2012 e il 2024 sono spariti complessivamente 118mila negozi dalle città italiane, assieme a 23mila attività di commercio ambulante, con un trend più accentuato al centro piuttosto che nelle periferie. Risultano in crescita le sole attività di alloggio e ristorazione, ed in generale le attività gestite da stranieri. Assieme agli sportelli bancari (-35,5%), i settori merceologici più colpiti sono distributori di carburante (-42,1%), libri e giocattoli (-36,5%), mobili e ferramenta (-34,8%), abbigliamento 8-26%). Aumentano invece i servizi, con le farmacie a +12,3%, computer e telefonia (+10,5%), e soprattutto le attività di alloggio (+67,5%) con il boom degli affitti brevi (+170%). I capoluoghi con il trend più negativo sono Ancona (-34,7%), Gorizia, Pesaro, Varese e Alessandria. Ravenna ha disperso il 27,7% del suo tessuto commerciale, Bologna si è fermata al 24,3.
In città
Ferrara mostra un trend più contenuto rispetto ai “vicini”, ma sempre con un calo notevole. In dodici anni il saldo negativo del commercio al dettaglio è del 21,6%, che ci colloca all’83esimo posto della classifica nazionale (in alto quelli che stanno peggio). Nello specifico, il commercio al dettaglio è passato da 1.233 a 970 esercizi aperti, quindi 263 saracinesche abbassate per sempre e non rimpiazzate da aperture. Anche dalle nostre parti si conferma il trend nazionale, con il centro storico che è passato da 572 a 420 imprese, una flessione che va avanti da tempo ma che il Covid ha certo accentuato: nel 2019 eravamo infatti a quota 512. Meno ripida la discesa fuori dal centro, dove si è passati da 661 a 550 negozi, -111 unità che valgono un saldo negativo del 16,8%: bisogna però dire che una chiusura in una frazione è una perdita praticamente irreparabile, perché si tratta ormai di “pezzi unici”. In centro si sono persi 13 alimentari, 30 articoli per la casa, 30 giocattoli e articoli culturali; sono aumentati di 3 unità i negozi di telefonia e informatica. Questi ultimi punti vendita hanno avuto un boom fuori dal centro (+13), dove c’è stato un per certi versi sorprendente incremento degli alimentari: +12 unità.
Per quanto riguarda il settore alberghi, viene confermato l’aumento consistente dei servizi di alloggio registrati (da 36 a 57 nel centro storico, e da 27 a 40 nelle altre zone) e soprattutto degli appartamenti, più che raddoppiati; mentre abbiamo perso 4 hotel. I ristoranti sono in aumento, da 137 a 162 in centro storico, presumibilmente grazie al boom dello street food legato in particolare all’università, mentre in periferia c’è una flessione. I bar sono invece in grande sofferenza, con una perdita di 29 vetrine in centro (-23,6%, flessione addirittura superiore a quella dei negozi) e di 30 in periferia: perdite davvero molto pesanti, queste ultime, perché si tratta spesso degli unici punti di aggregazione delle frazioni. Non è disponibile a livello provinciale il dato delle imprese straniere, mettendolo tra parantesi la flessione degli esercizi “storici” sarebbe anche più consistente.
Il commento
Una prima valutazione dello studio arriva dal presidente nazionale di Confcommercio, Carlo Sangalli: «La desertificazione commerciale minaccia vivibilità, sicurezza e coesione sociale delle nostre città. Occorre sostenere le attività di vicinato e il nostro progetto Cities punta a riqualificare le economie urbane con il contributo di istituzioni e imprese. Senza commercio di vicinato non c’è comunità». Il progetto Cities è articolato in cinque capitoli: rigenerazione dello spazio pubblico e dei quartieri; mobilità e logistica sostenibili per la città della prossimità; patti locali per la riapertura dei negozi sfitti; gestione partecipata e collettiva delle città; e politiche per il commercio locale più efficaci grazie all’uso di tecnologie digitali. Si vedrà come potranno essere integrate nei due progetti di Hub commerciali in elaborazione.