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L’ad di Versalis al petrolchimico di Ferrara. Le proteste dei sindacati: «Ci ha evitato, è propaganda»

L’ad di Versalis al petrolchimico di Ferrara. Le proteste dei sindacati: «Ci ha evitato, è propaganda»

La Filctem-Cgil: «L’abbiamo visto arrivare e abbiamo cercato di consegnare anche a lui il volantino, ma ci ha fatto capire che non era interessato. Cosa possiamo pensare? Qui si rischia il collasso della chimica e dell’indotto»

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Ferrara «L’abbiamo visto arrivare e abbiamo cercato di consegnare anche a lui il volantino, ma ci ha fatto capire che non era interessato. A questo punto cosa possiamo pensare? Che sia stata solo un’iniziativa propagandistica?». L’irritazione di Ida Salvago, segretaria della Filctem-Cgil di Ferrara, è evidente, come quella della federazione dei chimici del sindacato, palpabile assieme alla preoccupazione – tra le righe del comunicato distribuito lunedì 31 marzo nello stabilimento estense – in occasione della visita programmata a Ferrara dell’amministratore delegato di Versalis (Eni), Adriano Alfani. «Avremmo voluto sottoporgli perplessità e quesiti per avviare un confronto – scrive la federazione – Alla fine di ottobre del 2024 l’azienda ha deciso una totale ristrutturazione societaria che si realizzerà proprio nella giornata di oggi (ieri, ndr) con la messa in conservazione del cracking (gli impianti dove vengono prodotte le materie base della filiera della plastica, ndr) di Brindisi, ed entro la fine dell’anno con la chiusura del cracking di Priolo».

Il dato di partenza è la posizione assunta dalla società sul futuro del settore: secondo Versalis «la crisi della chimica di base europea è strutturale e irreversibile – scrive il sindacato – Il piano di investimenti 2023-2026 di 103 milioni di euro dedicato al sito di Ferrara prevedeva la realizzazione di un impianto dedicato al progetto di sviluppo per cavi a basso, medio e alto voltaggio oltre alla quota economica dedicata alla manutenzione. Ad oggi non ve ne è traccia. L’impianto polietilene di Ferrara, dopo la chiusura degli impianti di Ragusa e - a breve - quella dell’impianto di Brindisi, rimarrà l’unico sito di produzione in Italia con un impianto di piccole dimensioni (avendo capacità di 100.000 tonnellate/anno). La chiusura del cracking di Priolo determinerà difficoltà di approvvigionamento dell’etilene e del propilene nelle quantità e qualità necessarie». Da tempo le organizzazioni dei lavoratori hanno lanciato l’allarme, perché perdere le forniture in Italia comporta la necessità di rivolgersi «al mercato esterno con le complicate soluzioni logistiche che ne conseguono per un unico impianto rimasto e di dimensioni ridotte».

Ad aggravare il quadro c’è un altro fattore: «A Ferrara non si fa quasi più ricerca. Il reparto si sta svuotando dei saperi con fuoriuscite per pensionamento o trasferimenti in altre sedi senza il corrispettivo ricambio – aggiunge la Filctem – Non c’è alcun progetto di ricerca sul riciclo delle gomme elastomeriche e su nuovi prodotti». Intanto, prosegue il sindacato, «la Linea “C” è ferma da luglio, il 20 marzo scorso un accordo con la Rsu, non firmato dalle rappresentanze della Filctem, ha definito l’eliminazione dell’ultima figura che con flebile speranza ci faceva pensare che la linea fosse ferma solo temporaneamente. La notte scorsa (l’altro ieri, ndr) l’impianto Elastomeri ha marciato al buio, senza i controlli del Laboratorio, perché presente un solo operatore e non potendo stare solo in reparto, è stato mandato all’impianto Gp10°».

I numeri non sembrano proiettare un futuro sereno: «Negli ultimi vent’anni - il conto di Filctem – è stato garantito il mantenimento di un livello di attività per 1600/1700 posti di lavoro diretti. Ma l’approccio che sta mostrando il nostro Paese alla crisi di produzione industriale (crisi che sta attraversando tutta Europa), non è lungimirante, favorisce la scorciatoia delle chiusure a favore dell’importazione di beni materiali». Basell oggi investe in Germania e punta a collaborazioni con società arabe: con la chiusura di Priolo potrebbero essere a rischio entrambi gli impianti di polipropilene e di conseguenza «le attività di manutenzione meccanica e logistica che coinvolgono decine di persone e aziende in appalto». E poi c’è Yara, dove - superata la fermata manutentiva – la ripartenza fa «i conti con il prezzo del metano, dell’energia, degli investimenti per la captazione della Co2 e dei possibili costi di condominio industriale. Yara ha un grande impatto sull’indotto. Nell’ultima fermata manutentiva ha impiegato circa 750 meccanici». Infine ci sono le altre imprese e servizi: «Meccanici, trasporti, edili, le operatrici della mensa e del pulimento». 

Gi.Ca.

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